GLI UOMINI DI MARE

COSA SI INTENDE QUANDO SI PENSA A QUESTO VIVERE E SENTIRE

Tantissimo tempo fa abbiamo incrociato la prua di queste parole, così belle e così profonde, che provano, riuscendoci, a spiegare la natura di chi va per mare, o meglio anche di chi solo lo anela, senza poi riuscirlo abitualmente a frequentare.

Le riproponiamo qui, sul nostro nuovo blog, perché disegnano ad acquerello tutta la toomultuosa complessità di questo vivere e sentire, le ha scritte Valeria Serra (1965), di origine sarda, autrice del libro “Le parole del mare” da cui è estratto questo scritto.

Non voglio ora discriminare quella parte di umanità che per circostanze di vita o per occasioni mancate, ha eluso dall’esistenza il suo rapporto con il mare. Il mare è innanzitutto uno stato d’animo, un’inclinazione emotiva, una vocazione congenita alla propria natura.

Si può essere uomini (o donne) di mare anche restando una vita intera sulla terra, poiché l’esperienza reale è a volte più debole e meno avventurosa di un anelito interiore e di tutto ciò che esso può determinare nella vita solo pensata o immaginata.

Chi sono dunque gli uomini di mare? Ne ho incontrato qualcuno nel corso degli anni, più sui libri o nei sogni, a dire il vero, che sulle banchine di un porto; ma mettendo insieme i pezzi degli uni e i frammenti degli altri, mi sono fatta un’idea di cosa intendo quando penso ad un uomo di mare.

Penso ad un essere che nel volto esprime bellezza e tormento; penso ad una voce capace di note profonde come di smisurati silenzi; penso ad una disposizione del vivere, come direbbe Benedetto Croce, che sia “l’unione del tumulto e della calma, dell’impulso passionale e della mente”. Penso, tuttavia, ad un essere in qualche modo eletto, la cui anima sia solcata dalla scia di un’eterna ribellione, da un moto di vitale tensione.

E immagino anche che un uomo di mare navighi tra i suoi giorni e le sue notti cercando approdo nell’arcipelago dei sentimenti estremi e contrapposti, e sfugga sempre agli ancoraggi definitivi e irrevocabili.

Gli uomini di mare a cui penso hanno dentro di se cieli azzurri e tersi sopra mari in burrasca; cercano lagune radiose tra le scogliere battute dal vento, riescono a costruire castelli di sabbia su una riva saccheggiata dalle onde dell’oceano. Vivono insomma in quella selvaggia sponda della vita dove l’istinto e la ragione si combattono in un abbraccio inestricabile. Gli uomini di mare che vorrei incontrare hanno nei pensieri degli spazi sterminati, la perturbabilità delle emozioni, l’impeto di un’onda e la sua stessa resa.

Agli uomini di mare vorrei che il mare stesso avesse detto che quella solare superficie non è che l’altra faccia della sua profondità e che la calma di vento segue sempre alla tempesta. Vorrei che dicesse loro, di come ogni ombra disegni l’esatto profilo del sole, così come ogni bagliore di felicità sia l’emersione dal sottofondo di un dolore.

Negli uomini di mare, le rare volte che li incontri, incroci quello sguardo impenetrabile di chi negli occhi riflette sempre un punto di fuga più lontano: è uno sguardo benevolo e fuggente; in quegli occhi, a guardar bene, vibra la luce di una cieca infatuazione per la libertà.

Gli uomini di mare che ho letto e visto hanno sempre qualcosa di tutto ciò che ho scritto: li attraversa una corrente, li lambisce un’illusione, li tiene in vita un orizzonte. Nessuno di essi ha l’animo legato ad un ormeggio, il cuore fermo in porto e una rotta già scritta sulla carta. Per tutti loro il mare, mi è sembrato di capire, è la terra di una vita promessa, è il ricordo di una libertà negata, il risveglio di una libertà sognata. O, più semplicemente, l’aspirazione ad una vita che viva sopra le righe, sopra le onde, sopra le ore e i giorni.


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